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Tra rocce e affreschi: Il Sacro Speco a Subiaco

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1 Luglio 2020

Un santuario che si arrampica sulla roccia viva.

É questa la prima immagine che colpisce appena si termina la salita e si raggiunge il Sacro Speco.

E come accade sempre nei luoghi sacri, il tesoro più prezioso, la grotta dove si era rifugiato Benedetto da Norcia agli inizi del VI secolo, è nascosto alla vista, incastonato nelle architetture medievali che hanno modellato il Monte Taleo.

 

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La monumentalizzazione della grotta però non è un evento immediato: se il luogo era frequentato da pellegrini già dall’epoca di Benedetto, le prime testimonianze artistiche risalgono all’VIII secolo, e solo a partire dalla metà dell’XI comincia la realizzazione del complesso che oggi possiamo ammirare.

Cercando di semplificare, il santuario è costituito da due chiese, una superiore (di cui potete individuare il rosone) e una inferiore, costruita accanto al Sacro Speco.

Oggi però il percorso di visita è diverso rispetto all’originario: in età medievale i pellegrini, tra cui i pastori della zona, (i primi a cercare un contatto con Benedetto), accedevano dal basso, (lì dove intravedete un secondo rosone), ed entravano nella grotta detta appunto “dei pastori”, dove secondo la tradizione Benedetto scendeva a incontrare i fedeli.

Lo stretto sentiero percorso dal santo verrà monumentalizzato nel XII secolo, dando vita alla “Scala Santa”, che tuttora collega la grotta dei pastori con il Sacro Speco.

Oggi invece per entrare nel santuario si percorre un corridoio coperto a volta, dal quale si ammira lo strapiombo della valle dell’Aniene, che scorre lontano, sotto i nostri piedi, e si accede alla chiesa Superiore.

Quello che sto per mostrarvi è un complesso che è a metà tra una galleria d’arte e un monumento di architettura medievale: tra affreschi e sculture, vedrete affiorare continuamente la roccia viva del monte, in un continuo dialogo tra arte e natura, che ancora oggi sopravvive ininterrotto.

La chiesa superiore

In questo viaggio a ritroso nel santuario benedettino, mano a mano che si avanza nella discesa si torna indietro nel tempo; la chiesa superiore viene realizzata nel XIV secolo, e per la sua decorazione vengono chiamati artisti di provenienza toscana, senese in particolare.

E già si nota un aspetto che ci accompagnerà per tutta la visita: ogni superficie disponibile è ricoperta di affreschi, dagli archi della volta alle pareti delle chiese, in un continuo susseguirsi di immagini che affollano il nostro sguardo.

L’edificio rappresenta il punto più alto del santuario, e la sua storia costruttiva è particolarmente complessa.

 

In lontananza, dietro l’altare, si vede la roccia del monte, che costituisce una sorta di abside naturale per la chiesa; l’unica navata è divisa in ambienti di altezza differenti, proprio perché nel XIV secolo era stato progettato l’ingrandimento dell’edificio, che viene però interrotto per motivi ignoti dopo aver innalzato le volte dell’ambiente vicino all’ingresso.

 

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E proprio qui si susseguono gli affreschi con scene della vita di Cristo, che si dispiegano sulle pareti come un unico racconto, e che culminano al centro nella Crocifissione, che ovviamente attira subito l’attenzione dei visitatori.

Sulle pareti invece  si distende il racconto della Passione di Cristo.

 

 

Vediamo svolgersi davanti ai nostri occhi i momenti principali della vicenda, dall’entrata a Gerusalemme fino al giorno della Pentecoste.

Non conosciamo il nome dell’artista che ha realizzato questi affreschi, per questo viene genericamente denominato “Maestro Trecentesco del Sacro Speco”. Sappiamo però, dal suo modo di dipingere e dal suo modo di raccontare, che doveva essere di origine toscana, senese per la precisione.

Se osservate i particolari delle scene principali (l’entrata a Gerusalemme, la salita al Calvario, la crocifissione), vedrete Gerusalemme trasformata in una città medievale del Trecento, con le sue mura, le sue case e le sue torri.

 

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E come cambia la città dalla Domenica delle Palme, quando la gente in strada canta e balla, si arrampica a raccogliere le palme sugli alberi, alla salita al Calvario, quando una processione di nobili, notabili e soldati scorta Cristo verso la sua condanna.

Uomini riccamente abbigliati si giocano a dadi le povere vesti del condannato, le donne hanno il volto rigato dal pianto, un diavolo si affretta a far sua l’anima del ladrone crocifisso con Gesù.

Tanti, troppi particolari da cogliere e raccontare in un solo articolo.

 

 

Uno dei più affascinanti è lo sguardo di Giuda, colto nel momento del tradimento: i suoi occhi si rivolgono a noi, ci coinvolgono al centro della scena, e noi non siamo più semplici spettatori del suo tradimento, ma rischiamo di sentirci quasi suoi complici.

Ma è arrivato il momento di scendere nel cuore del Santuario, verso il Sacro Speco.

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La chiesa inferiore e il Sacro Speco

Una scalinata davanti all’altare della chiesa superiore permette l’accesso a quella inferiore.

Non è facile raccontare questo luogo, non tanto per la sua architettura (si tratta di un unico ambiente rettangolare, diviso in tre campate coperte a volta), quanto per la presenza degli affreschi, che sono realmente onnipresenti, e che vi circondano immediatamente, appena mettete piede nella chiesa inferiore.

 

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Forse vi colpirà l’azzurro delle volte, o uno dei tanti volti che le decorano, o ancora qualche particolare delle scene della vita di Benedetto raccontate sulle pareti.

Probabilmente a ogni visitatore corrisponde una reazione differente.

La chiesa inferiore viene ricostruita nella prima metà del XIII secolo, e non si tratta di un caso: nel 1202 infatti papa Innocenzo III aveva concesso grandi privilegi ai monaci dello Speco, come ricorda uno degli affreschi più antichi della chiesa, dove viene ritratta la bolla stessa, concessa dal papa a S. Benedetto e all’abate Romano (il ritratto di Innocenzo è successivo, ridipinto qualche decennio più tardi).

Anche qui, non abbiamo i nomi degli autori di questi dipinti, con un’eccezione: in una cappellina sulla sinistra della prima campata, è ritratta una Madonna con un Bambino, che è firmata da un “Magister Conxolus”. Di lui non sappiamo molto altro; era probabilmente di origine romana, ed è stato lui con la sua bottega a riempire di immagini e colori la chiesa inferiore.

 

 

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E prima di vedere da vicino qualcuna delle sue opere, possiamo finalmente entrare nel cuore del santuario, nella grotta che fu rifugio di Benedetto, il Sacro Speco.

“In quel luogo di solitudine, l’uomo di Dio (Benedetto) si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano. Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco, perché sopra di questo si stagliava un’altissima rupe. Romano quindi dall’alto di questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva agganciato un campanello: l’uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva”.

 Eccola, la “stretta e scabrosa spelonca”, il Sacro Speco.

 

 

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Ancora oggi, questa cavità naturale è rimasta pressoché intatta, fatta eccezione dei vari lavori di adattamento del luogo sacro all’interno del santuario.

A rendere ancora più suggestivo il luogo, in età barocca è stata aggiunta una statua, illuminata da dodici lampade, che ritrae il giovane Benedetto in preghiera, con gli occhi rivolti alla croce, opera di Antonio Raggi, allievo e collaboratore di Bernini.

Ma la costruzione di un santuario in un luogo ritenuto degno di devozione è una pratica non molto diffusa nell’Occidente medievale, dove erano fondamentali le reliquie dei santi e dei martiri, al contrario di quanto avveniva in Oriente (basti pensare ad esempio ai vari luoghi di culto della Terra Santa, costruiti sui luoghi legati al passaggio della vita terrena di Cristo).

Infatti, a Subiaco, non ci sono reliquie di Benedetto, e il santo stesso non è stato sepolto qui, ma a Montecassino, dove si era rifugiato dopo essere fuggito dalla valle dell’Aniene.

è proprio questo elemento, oltre all’architettura particolare di tutto il complesso (alzate lo sguardo nella grotta, e osservate come le volte affrescate vadano a confluire nella roccia), a far ipotizzare l’architettura cristiana in Terra Santa abbia fortemente influenzato l’ideazione  e la realizzazione del santuario del Sacro Speco.

 

 

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La Scala Santa

È possibile paragonare due periodi storici distanti tra loro?

Qualche settimana fa, girava sul web un meme, con una battuta molto efficace: “Se vi siete mai chiesti come si vivesse nel Trecento, ora avete due papi e un’epidemia”. Naturalmente, la realtà è molto più complicata e complessa, e ogni parallelo dovrebbe tener conto dei numerosi aspetti che sono mutati nel corso del tempo.

 

 

Dal mio punto di vista, ogni epoca è diversa, ma sopravvivono alcuni aspetti comuni riguardanti elementi essenziali della vita umana, come la nascita e la morte.

Però non avrei mai immaginato, nel corso del XXI secolo, di poter parlare di arte “macabra” medievale in un periodo di pandemia globale.

Mi sono dovuto rendere conto che il mio approccio verso questo tipo di raffigurazioni è completamente mutato, come se effettivamente ne avvertissi il senso profondo soltanto ora.

E vi invito a fare la stessa esperienza: salite virtualmente i gradini della Scala Santa, che collega la Grotta dei Pastori con il Sacro Speco, e fatelo da persone che vivono questa terribile minaccia contemporanea, e al tempo stesso provate a immedesimarvi nei panni del pellegrino medievale, che visitava il Santuario dopo l’epidemia di peste trecentesca (gli affreschi risalirebbero agli anni ‘60 del Trecento). Nella salita, troverete lungo le pareti due affreschi: alla vostra destra, “l’Incontro dei Tre Vivi e dei Tre Morti”, alla vostra sinistra “Il Trionfo della Morte”.

trionfo morte subiaco Soffermatevi su quest’ultimo: trovate la classica raffigurazione della Morte come cavaliere inarrestabile, che travolge chiunque incontri sulla sua strada (se notate irregolarità sulla superficie dell’affresco, ricordate sempre che sono stati dipinti su una parete di roccia viva).

E se non bastasse la potenza dell’immagine, l’affresco vi parla, in lingua volgare. La Morte prende parola e dice: “I so’ colei c’occido one persona/Giovane e vecchia ne verun ne lasso/De grande altura subito”

La cappella di S. Gregorio 

Tra il Sacro Speco e la Scala Santa si apre una porta.

Da qui, salendo una moderna scala a chiocciola, si raggiunge la cappella di S. Gregorio, dedicata a papa Gregorio Magno, uno dei più importanti pontefici della storia, nonché autore di una vita di S. Benedetto.

La piccola cappella è ricavata nella roccia, ed è anche lei totalmente affrescata (sopra le vostre teste, volteggiano dei cherubini), probabilmente da un altro anonimo maestro.

Si riconosce tra gli altri affreschi una Crocifissione, gravemente danneggiata, e una pittura che ritrae un altro Gregorio, il cardinale Ugolino di Ostia (poi papa Gregorio IX) nell’atto di consacrare al suo predecessore la cappella.

 

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Ma la testimonianza più importante che sopravvive in questo luogo si trova alla destra di chi entra, in basso, oggi protetta da un vetro: si tratta di un ritratto di Francesco d’Assisi, senza aureola e senza stimmate, realizzato quindi prima del 1228, anno della sua canonizzazione.

Si racconta infatti che Francesco avrebbe soggiornato a Subiaco e visitato lo Speco, probabilmente affascinato dalla figura di Benedetto.

Questo ritratto rappresenta quindi una delle sue più antiche raffigurazioni in assoluto, realizzato decenni prima dei celebri affreschi di Assisi.

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C’è chi lo definisce un ritratto “dal vero” ed estremamente realistico (nella differente dimensione degli occhi, si è vista la prova di un’operazione agli occhi subita da Francesco poco prima di giungere a Subiaco), anche se forse in un’ottica medievale si tratta di parole che perdono di significato (d’altronde, tra le poche certezze che abbiamo su Francesco, ci sono quelle relative al suo aspetto fisico, e la bellezza non era tra le sue caratteristiche principali. Ma, parafrasando Guccini, i santi son tutti giovani e belli).

Una volta terminata la visita nella cappella, tornate indietro e fermatevi in quella sorta di atrio che la precede; dalle finestre aperte sulla valle entra una luce soffusa, che si mescola alla roccia e agli affreschi.

E qui, da un arco che si apre verso la basilica inferiore, potete godere dello spettacolo della chiesa dall’alto, e ammirare i suoi affreschi come dalla loggia di un teatro.

La Cappella della Madonna

Ai piedi della Scala Santa, si apre un’altra piccola cappella, pensata e decorata per permetterne la contemplazione a chi saliva i gradini in direzione dello Speco.

La cappella è dedicata a Maria, e qui si ritrovano le immagini dipinte dallo stesso anonimo Maestro trecentesco che aveva affrescato la chiesa superiore.

 

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Sulle pareti, sulle volte, si dispiegano episodi della vita di Maria e dell’infanzia di Gesù (in questo continuo gioco di grotte, sentieri e roccia, non dovete mai tralasciare di contemplare ogni dettaglio: gli affreschi infatti “escono” dalla grotta, e decorano anche l’accesso alla Scala Santa.

Qui trovate una “strage degli innocenti” e una “fuga verso l’Egitto”. Siamo di nuovo in pieno XIV secolo, e tornano quindi le scene affollate, i ritratti quasi principeschi dei vari protagonisti degli affreschi (a me piacciono molto la Natività e i volti dei Re Magi), e a dominare la cappella, sull’altare, è una Madonna in trono.

 

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Se vi avvicinate all’affresco, potete ammirare lo splendido volto di Maria, secondo me uno dei più bei ritratti femminili di età medievale. Guardando dalla Scala Santa la volta della cappella invece, potete ammirare pienamente il gioco prospettico dell’Annunciazione, pensata per essere osservata dai pellegrini che salivano la scalinata (anche qui, occhio ai dettagli, come la mano sinistra di Maria che si appoggia alla colonna).

E in questo rincorrersi di epoche e periodi storici, basta scendere ancora pochi gradini per arrivare alla Grotta dei Pastori, il luogo dove secondo la tradizione Benedetto incontrava i suoi devoti.

Anche qui, ad attendervi c’è una Madonna con il bambino, ma di un’epoca più remota e lontana: i resti dell’affresco sono datati al IX-X secolo, e sono tra le più antiche tracce pittoriche di tutto il complesso del Sacro Speco.

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Tra arte e natura

Chiudo questa lunga pagina dedicata al Sacro Speco con una rassegna di volti e scene che decorano la chiesa inferiore, affreschi a cui ho dato colpevolmente poco spazio.

 

 

 

Qui trovate i celebri ritratti di Benedetto e Scolastica, oltre al racconto della vita di Benedetto secondo il resoconto di papa Gregorio Magno: la sua fuga in gioventù verso la valle dell’Aniene, il ritiro alla vita eremitica e i successivi miracoli. Uno in particolare riguarda proprio Subiaco: nonostante la sua fama di santità, Benedetto aveva anche numerosi nemici.

Uno di questi, il prete Fiorenzo, un giorno tenta di ucciderlo con del pane avvelenato, ma un corvo sottrae il pane e salva la vita al santo. Esiste tuttora un cortile dei corvi nel santuario, dove in passato erano allevati questi uccelli a memoria dell’evento.

Dopo aver rischiato la vita, Benedetto deciderà di lasciare Subiaco per Montecassino, dove morirà nel 547. Più o meno cinquecento anni più tardi, ha avuto inizio la monumentalizzazione dello speco che aveva abitato, e che oggi è ancora un gioiello di arte e architettura.

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Alessio Innocenti
Rome, IT

Chierico vagante, eterno studente, "perché la materia di studio sarebbe infinita/e soprattutto perché so di non        sapere niente".                           Sono laureato in Archeologia Medievale, e quando posso vado alla ricerca di borghi, castelli e abbazie, alla scoperta di un passato che è ormai scomparso, ma in qualche modo continua a sopravvivere.

Per qualsiasi informazione, curiosità o proposta di collaborazione, potete scrivere all’indirizzo: [email protected]

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