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Monumenti, musei, siti archeologici

S. Antimo: un’abbazia medievale tra le colline toscane

Nella campagna toscana, tra colline, uliveti e vigne, più di mille anni fa è stata costruita un’abbazia, che ancora oggi sopravvive ed è pronta ad accogliere i visitatori che si addentrano nel territorio di Montalcino.

Si tratta dell’abbazia di S. Antimo, un piccolo gioiello di arte e architettura medievale.

Un’ abbazia di epoca carolingia

 

La leggenda vuole che sia stato Carlo Magno in persona a fondare l’abbazia di S. Antimo. Non esistono però documenti che possano provare quest’ipotesi suggestiva: sappiamo soltanto che l’abbazia nell’814 era già stata costruita, e che l’imperatore Ludovico il Pio aveva concesso numerosi beni e privilegi ai monaci che vivevano qui. 

Sopravvive inoltre una struttura antica, chiamata “cappella carolingia”, ma la chiesa che è possibile vedere oggi risale alla ricostruzione del XII secolo, il periodo di massima fioritura dell’abbazia stessa, che controllava una buona parte del territorio dell’attuale provincia di Siena.

 

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La facciata della chiesa e il suo campanile

Dopo aver attraversato colline e uliveti, la chiesa accoglie il visitatore con le numerose decorazioni che circondano l’esterno della chiesa: tori, leoni, pantere affiancano i tre portali dell’edificio, ognuno di epoca differente: quello sul fianco sinistro risalirebbe al IX secolo, e presenta una semplice decorazione geometrica; quello di destra, con aquile e draghi, risalirebbe all’XI; il portale principale invece andrebbe datato al XII secolo.

(Notate come la facciata presenta i resti di un porticato andato distrutto, e come il portale stesso sia stato probabilmente risistemato in un secondo momento: guardate come i conci dell’arco non combacino in maniera perfetta, e come alle spalle dell’arco sia stata realizzata una muratura di riempimento molto disordinata). 

Tutte queste decorazioni sembrano preparare il nostro sguardo alla visione di ciò che potremo scoprire oltrepassato il portale principale.

E vi assicuro che c’è davvero tanto da poter ammirare all’interno della chiesa.

 

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Il portale della chiesa, fortemente rimaneggiato

L’interno della chiesa

 

Tre navate sono divise da colonne e pilastri. Più o meno all’altezza della sesta colonna, le navate laterali si restringono, e immettono nell’abside semicircolare, dove si aprono tre cappelle.

È questo forse uno degli scorci più belli che la chiesa riesce a regalare: all’interno dell’abside, camminando tra le colonne, il crocifisso ligneo, realizzato nel XIII secolo, crea a ogni sguardo nuovi giochi di linee e di luce all’interno dell’edificio.

E alzando gli occhi, quasi ogni colonna ha un piccolo tesoro da mostrare: i capitelli scolpiti.

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L’interno della chiesa, vista dall’abside

 

Il meraviglioso crocifisso ligneo, risalente al XIII secolo

Arieti, draghi, montoni, grifi. Sui capitelli sono raffigurati numerosi animali reali e fantastici, realizzati probabilmente da scultori provenienti dalla Francia.

C’è però un capitello con una raffigurazione particolarmente interessante, di cui volevo parlarvi: si tratta della rappresentazione di un centauro che dà la caccia ai leoni.

È una scena abbastanza inconsueta: di solito la caccia al leone è tipica delle figure regali. Inoltre, un centauro con l’arco è facilmente identificabile con il segno zodiacale del sagittario.

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Il capitello con un centauro che caccia dei leoni

Non è chiaro il significato di questa raffigurazione: il centauro nel Medioevo era simbolo della duplicità dell’uomo, che era tale se rispettava le regole di comportamento cristiane, ma diventava una bestia se se ne allontanava.

E forse è stato scelto il centauro per non raffigurare nessun esponente riconoscibile del potere temporale, considerando la vocazione “imperiale” dell’abbazia di S. Antimo.

Ma c’è un capitello in particolare che merita più attenzione degli altri, ed è il vero gioiello dell’abbazia di S. Antimo.

Il Maestro di Cabestany

 

Seconda colonna a destra, per chi entra dal portale principale. Sollevate lo sguardo: incastonato tra la colonna e l’arco ecco comparire un meraviglioso capitello scolpito.

Davanti ai vostri occhi si sta svolgendo una vicenda che sicuramente conoscete: c’è uomo al centro della scena; intorno a lui sono disposti dei leoni affamati che provano ad assalirlo, senza riuscirci.

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Daniele nella fossa dei Leoni, il capolavoro del Maestro di Cabestany

Sono proprio i leoni l’elemento chiave per decifrare la vicenda narrata: siamo all’interno della fossa dei leoni, e l’uomo raffigurato è il profeta Daniele, che come racconta l’Antico Testamento era stato gettato tra le bestie fameliche dall’imperatore persiano Ciro, poiché aveva messo in discussione le divinità babilonesi.

Daniele rimane sei giorni nella fossa, ma un Angelo del Signore ordina a un altro profeta, Abacuc, di portargli del cibo. Abacuc è però lontano da Babilonia, e non sa come raggiungerla: ecco allora che l’angelo lo afferra per i capelli, e lo porta in volo da Daniele.

Li vedete entrambi alla vostra destra: Abacuc con il suo cesto di vivande, e l’angelo che lo tiene per i capelli. Daniele riesce a sopravvivere, e al suo posto vengono gettati nella fossa i funzionari di Ciro, che vengono invece sbranati, come potete scoprire osservando la faccia posteriore del capitello.

Si tratta di un’opera unica all’interno di S. Antimo, come vedrete osservando gli altri capitelli. E infatti, queste sculture sono attribuite a un artista anonimo, il Maestro di Cabestany, vissuto nel XII secolo e attivo in Francia, Spagna e Italia.

In effetti, questa sua opera ricorda molto le sculture delle cattedrali francesi, nel modo di ritrarre le figure umane e gli animali, con questi splendidi leoni, il cui corpo si distende lungo le facciate laterali del capitello.  

Non sappiamo perché l’anonimo maestro abbia scolpito soltanto un capitello: forse era atteso da altri lavori, e appena terminata la sua opera, si era rimesso in viaggio sulla Francigena. 

 

Il chiostro dell’abbazia

Prima di uscire dalla chiesa, potete completare la visita osservandola da un punto di vista particolare: dall’alto, camminando attraverso il matroneo.

Non capita spesso di poter ammirare una chiesa medievale dall’alto: la prospettiva cambia, è inevitabile, e subentra quasi l’illusione di poter dominare questo gioco di colonne e luci, che contribuisce a disegnare la chiesa davanti ai nostri occhi.

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La chiesa vista dall’alto

E prima di salire, si possono scoprire gli altri piccoli tesori che sono conservati nell’edificio: la cosiddetta “cappella carolingia”, oggi sacrestia, ricoperta di affreschi tardomedievali con scene della vita di S. Benedetto; gli appartamenti cinquecenteschi del vescovo Agostino Patrizi Piccolomini, letteralmente inseriti all’interno della tribuna della chiesa; e poi, scendendo nel sottosuolo, una cripta, anch’essa chiamata carolingia, e appartenente alla fase più antica della storia dell’abbazia. 

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Gli appartamenti del vescovo Agostino Patrizi Piccolomini

Accanto alla chiesa, sopravvivono i pochi resti del chiostro. Si sono salvate soltanto le piccole colonne della sala capitolare, che ancora oggi sono l’ultima testimonianza di luoghi che non esistono più.

E se il chiostro doveva metaforicamente rappresentare un giardino, nel corso dei secoli a S. Antimo il giardino si è davvero appropriato dello spazio che una volta era il cuore vitale dell’abbazia.

Tra arte, architettura e natura

 

Così com’era apparsa all’improvviso nella campagna toscana l’abbazia torna a nascondersi tra gli ulivi, per poi sparire alle nostre spalle, in attesa che qualcun altro di noi torni a scoprirla.

Ci si allontana da S. Antimo portandosi via i suoi silenzi, quelli delle navate e dei chiostri diventati giardini, ma anche quelli delle tante persone che qui hanno vissuto, lavorato, pregato.

Di molti di loro non conosciamo neppure il nome, ma rimane traccia del loro passaggio in un capitello scolpito, in un lacerto di affresco, in un crocifisso dipinto.

Per quanto isolata dal mondo, l’abbazia di S. Antimo è stata un punto d’incontro per culture differenti, per uomini che parlavano lingue diverse, ma che erano capaci di abbattere barriere e distanze, arricchendosi reciprocamente della conoscenza dell’altro.

 

Come arrivare all’abbazia di S. Antimo

 

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Alessio Innocenti
Rome, IT

Chierico vagante, eterno studente, "perché la materia di studio sarebbe infinita/e soprattutto perché so di non        sapere niente".                           Sono laureato in Archeologia Medievale, e quando posso vado alla ricerca di borghi, castelli e abbazie, alla scoperta di un passato che è ormai scomparso, ma in qualche modo continua a sopravvivere.

Per qualsiasi informazione, curiosità o proposta di collaborazione, potete scrivere all’indirizzo: [email protected]

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